Chi segue questo spazio lo sa bene: quando si parla di vino autentico, di terra e di quel legame viscerale tra il calice e la fatica quotidiana della vigna, la bussola punta dritta verso la FIVI. A metà novembre 2025, i padiglioni di BolognaFiere sono tornati ad animarsi per la quattordicesima edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti, confermando un solido e felice matrimonio con il capoluogo emiliano che durerà almeno fino al 2028.
Un appuntamento che non è una semplice fiera, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Quest’anno i numeri parlano chiaro e fanno girare la testa: oltre 28.000 visitatori e circa 1.000 vignaioli arrivati da ogni angolo d’Italia, affiancati da 3 delegazioni europee (Slovenia, Bulgaria e Repubblica Ceca) targate CEVI e da 28 produttori della FIOI (Federazione Italiana Olivicoltori Indipendenti). Oltre 8.000 etichette in assaggio, carrelli e trolley a pieno carico tra i corridoi, e quel clima unico in cui non sei tu a rincorrere il produttore, ma è chi la terra la zappa e la vive a raccontarti l’annata, le sfide climatiche e la filosofia di cantina.
Oltre la fiera: il racconto del territorio e le sfide del futuro
Il format, si sa, squadra che vince non si cambia: banchi d’assaggio “liberi” e sparsi senza logiche di blasone, l’area food d’eccellenza, e un fitto calendario di masterclass organizzate in collaborazione con ALMA. Da segnalare i percorsi di approfondimento che hanno spaziato dal “ritorno al futuro” del Moscato di Canelli DOCG fino alla tensione vulcanica dei vini del Lazio, passando per l’immancabile e rigoroso racconto del Teroldego e del Cirò in purezza.
Ma il 2025 è stato anche l’anno della riflessione profonda. Lunedì 17, i riflettori si sono accesi sulle sfide della nuova PAC (Politica Agricola Comune) e sul futuro della viticoltura europea, affrontando temi cruciali come la gestione del rischio e la sostenibilità. E a proposito di sostenibilità e tutela, impossibile non menzionare la splendida locandina firmata dall’illustratrice bolognese Sarah Mazzetti: un omaggio alla “naturalizzazione del vigneto” e alla fauna amica dei filari – dall’upupa al torcicollo – a testimonianza che la biodiversità non è uno slogan, ma una pratica quotidiana.
Tra successo e autocritica: cosa dice la rete sulla manifestazione?
Se il successo di pubblico e l’energia tra i banchi sono innegabili, l’analisi di questa quattordicesima edizione apre a riflessioni e critiche costruttive che meritano di essere ascoltate per far crescere ulteriormente l’evento:
- La questione della dispersività e dei numeri: Con circa un migliaio di produttori presenti, la fiera si conferma un colosso imponente. Molti addetti ai lavori e visitatori hanno sottolineato come la manifestazione sia ormai fortemente dispersiva. Riuscire a incontrare tutti i banchi programmati o a scoprire le piccole realtà emergenti diventa un’impresa titanica; per alcuni, il numero di espositori andrebbe in qualche modo contingentato o il format ripensato (magari valutando articolazioni diverse) per evitare che la quantità penalizzi l’approfondimento.
- Comunicazione preventiva e visibilità: Si è notato come il divario tra le cantine più note (dotate di grandi uffici stampa o di una community già solida, che registrano il tutto esaurito di pubblico al banco) e i piccoli produttori emergenti resti marcato. Chi non investe in una comunicazione mirata rischia di passare troppo tempo isolato o a guardare lo smartphone, evidenziando che partecipare a una fiera di queste dimensioni oggi richiede strategie digitali e relazionali strutturate ancor prima di varcare i tornelli di BolognaFiere.
- La gestione dei flussi e degli spazi: Nonostante gli sforzi organizzativi per potenziare gli accessi e indirizzare i parcheggi, i picchi di affluenza nei momenti centrali del fine settimana mettono a dura prova la tenuta dei padiglioni, rendendo la circolazione con i (sempre più amati e diffusi) carrelli da spesa non sempre agevole.

I premi e l’anima “off” di Bologna
Spazio anche ai riconoscimenti che nobilitano la manifestazione. Il prestigioso Premio “Leonildo Pieropan” è stato assegnato quest’anno a Paolo De Marchi, autentico pioniere del vino italiano che, dopo la straordinaria epopea di Isole e Olena nel Chianti, ha scelto di rimettersi in gioco insieme al figlio Luca a Lessona, in Alto Piemonte, ridando vita a una denominazione dimenticata. Il Premio “Vignaiolo come noi”, dedicato a chi interpreta l’eccellenza fuori dai confini della vigna, è andato invece allo scrittore bolognese Enrico Brizzi, che ha ricordato come la pazienza e la tenacia della terra siano valori condivisi da chiunque scelga la strada dell’indipendenza e dell’artigianalità.
E siccome il vino è soprattutto convivialità, la festa non si è esaurita tra i padiglioni della fiera. Grazie alla “Notte bianca della ristorazione” promossa da Confcommercio Ascom Bologna e agli eventi nei “Punti di Affezione” FIVI e nei locali affiliati AMO, il capoluogo emiliano ha prolungato la magia fino a tarda notte, con cucine aperte e calici alzati in oltre cinquanta locali tra città e provincia.
Il Mercato dei Vini si conferma così l’appuntamento imperdibile dell’autunno enoico italiano: un luogo in cui il bicchiere è il punto di partenza per raccontare storie di famiglie, coraggio e territorio, ma anche una macchina complessa che, proprio forte del suo successo, è chiamata a raccogliere le sfide future sulla qualità dell’esperienza e sulla sostenibilità organizzativa. Alla prossima edizione!