Il sipario si è appena chiuso sulla 58ª edizione di Vinitaly e, passeggiando tra i padiglioni di Veronafiere, la sensazione è stata quella di trovarsi in un vero spartiacque per il sistema vino italiano. Non è stata solo una fiera, ma un momento di profonda riflessione strategica: il settore ha dimostrato di voler fare quadrato, cercando di rispondere a un mercato globale che sta cambiando pelle con una velocità impressionante.
L’edizione 2026 ha consolidato numeri importanti: 90.000 presenze da 135 nazioni, con un quartiere fieristico letteralmente sold-out. Il progetto top buyer, potenziato dalla collaborazione tra Veronafiere e ITA Agenzia, ha portato a Verona oltre 1.000 super acquirenti da 70 paesi. Se Germania e Nord America rimangono i pilastri del nostro export, è impossibile non notare il dinamismo di mercati come Brasile e Messico, o l’interesse crescente di delegazioni africane agguerrite, con Sudafrica e Angola in testa.
Tuttavia, oltre la liturgia dei numeri e delle presenze istituzionali – che hanno visto la Premier Giorgia Meloni ribadire il sostegno del Governo al comparto (un asset da 14 miliardi di euro l’anno) – la realtà intercettata tra gli stand è molto più sfidante. Il tema dominante nei corridoi non è stato solo la qualità del vino, ma il suo posizionamento economico in un contesto di inflazione e calo del potere d’acquisto.

Il nodo dei costi e la sofferenza dell’Horeca Il “convitato di pietra” di questo Vinitaly è stata la sofferenza della ristorazione italiana. L’Osservatorio Fipe-Uiv ha evidenziato come i consumi fuori casa valgano 12 miliardi di euro l’anno, pesando per oltre il 21% sullo scontrino medio. Eppure, si registra una contrazione nei volumi. Il problema non è culturale – i giovani non hanno smesso di amare il vino – ma economico. Ricarichi eccessivi nelle carte dei vini rischiano di trasformare il calice da un piacere quotidiano e conviviale a un “lusso accessorio”. Il consumatore moderno è informato, confronta i prezzi in tempo reale sul proprio smartphone e punisce le politiche di pricing fuori scala.

Enoturismo e nuove tendenze: verso una gestione manageriale In questo scenario, la resilienza passa per nuove direttrici. L’enoturismo non è più considerato un’appendice “romantica” della produzione, ma una vera Business Unit strategica. Vinitaly Tourism ha chiarito che l’accoglienza in cantina deve evolvere: meno improvvisazione e più gestione dei dati, del pricing e delle strategie di vendita diretta (Direct-to-Consumer). Vendere l’esperienza significa fidelizzare il cliente e garantire ossigeno finanziario, specialmente per le piccole realtà.
Parallelamente, assistiamo alla crescita dei vini “NoLo” (No e Low Alcohol). Sebbene l’Italia sia partita con un ritardo legislativo, il 2026 segna l’anno della svolta con un incremento produttivo previsto del 90%. È un segmento che intercetta una domanda di leggerezza e benessere che non può più essere ignorata, specialmente nei mercati anglosassoni.
L’eccellenza nel calice: tra territori e visioni personali In questo panorama complesso, la qualità resta l’unico vero ancoraggio. È stato entusiasmante vedere come territori simbolo, come il Trentino, abbiano saputo “fare sistema” unendo viticoltura eroica e promozione turistica. Ma l’eccellenza si scova anche nelle scelte coraggiose di singole cantine che puntano tutto sulla purezza del metodo classico e del dosaggio zero.
Durante i miei assaggi, sono rimasto colpito dalla coerenza stilistica di alcune interpretazioni che definirei “autentiche” muovendosi con eleganza nel territorio del dosaggio zero.

- Virgilio Dosaggio Zero – Cantine Risveglio: Una vera folgorazione che arriva dalla Puglia. Utilizzare la Verdeca per un Metodo Classico è una sfida che richiede coraggio e visione. In questa versione “Pas Dosé”, il vitigno si spoglia di ogni sovrastruttura per rivelare una verticalità impressionante. Al naso emergono note di fiori bianchi e crosta di pane appena accennata, ma è in bocca che stupisce: una lama di freschezza agrumata supportata da una sapidità marina che richiama il terroir brindisino. Un vino teso, pulito, che nobilita l’autoctono con una finezza d’altri tempi.

- Tullum – Feudo Antico: Qui siamo di fronte a un’interpretazione magistrale del territorio abruzzese. Il Tellum è un vino che attraverso il vitigno internazionela Chardonnay parla di territorio. La bollicina è estremamente fine, quasi setosa, esito di un affinamento sui lieviti curato nei minimi dettagli. Al palato esprime una struttura importante, una “stoffa” che avvolge il sorso senza mai appesantirlo. Note di frutta a polpa bianca si intrecciano a sfumature minerali e di frutta secca, regalando un finale lungo e di grande coerenza. È la dimostrazione che l’Abruzzo può giocare un ruolo da protagonista assoluto nella spumantistica d’eccellenza.

- 130 Pas Dosé – Albino Piona: Un calice che è pura celebrazione della tecnica e del rispetto per la materia prima, quanto mai insolita: Corvina Veronese in purezza. Questo Metodo Classico fa della precisione la sua bandiera. Il naso è complesso, con sentori di lievito e delicate note tostate, ma è l’equilibrio gustativo a colpire nel segno. Essendo un Pas Dosé, punta tutto su una bevibilità vibrante e una persistenza che non finisce mai. Un vino rigoroso, perfetto per chi cerca l’essenza del vitigno declinata in una forma spumeggiante di rara eleganza.
Conclusioni e prospettive Vinitaly 2026 ci lascia con un ritratto in chiaroscuro. Da un lato, territori forti e brand leggibili che continuano a creare valore; dall’altro, la necessità di riformare strutture aziendali e consortili spesso troppo lente per i ritmi del mercato globale. Il vino italiano ha bisogno di meno retorica da stand e più pragmatismo.
Il prossimo appuntamento è già fissato: la 59ª edizione si terrà dall’11 al 14 aprile 2027. Ci torneremo con la speranza di trovare un settore che abbia saputo trasformare le sfide di oggi in un nuovo modello di crescita, sostenibile e accessibile, capace di mantenere il vino al centro della nostra cultura e della nostra socialità.