Raga, vibe check approvato: lunedì sera abbiamo alzato la posta in gioco e seguito un wine map che ci ha regalato storytelling e complessità, sfidando ogni aspettativa. L’ordine di degustazione era un vero e proprio mosaico di stili, unendo bollicine estreme e strutturate in una serata top tier e no filter.
Abbiamo iniziato con il cuore del Sud: il Cento Santi di Dragone (Matera). Una bollicina sbagliata nel modo giusto, un inno di freschezza sapida che viene dai terreni rocciosi e assolati della Basilicata, dimostrando che anche nel profondo Sud il Metodo Classico può essere minerale e verticale.
Subito dopo, siamo passati a celebrare la potenza strutturata con il Principessa di Luretta. Questa bollicina piacentina è uno Chardonnay in purezza; non è un cleanse leggero, ma una bollicina avvolgente e matura, con un corpo e una persistenza che l’hanno resa il ponte perfetto tra l’energia del Sud e il rigore del Nord.

La nostra traiettoria ci ha poi portato sulle vette estreme del Trentino: il TRENTODOC Nature di MAN Spumanti. Un sorso di montagna no-filter, zero zuccheri, con un’acidità e una sapidità da urlo che solo il vento freddo di Cembra può regalare, il punto più puro e tagliente della serata.
Dalle altitudini estreme siamo scesi nelle Langhe per una doppia dose di eleganza piemontese. Prima, il Valsellera Rosé di Francone, una bollicina che ha la struttura del Nebbiolo (sapientemente ammorbidita) e un perlage cremoso che accarezza il palato, un perfetto equilibrio tra eleganza e corpo. A chiudere il cerchio, il plot twist aromatico: il Sargentin di Casigliano. Un Metodo Classico unico, dosato con l’infuso segreto di erbe—una scelta audace che, nella sua ultima versione, ha trovato un equilibrio pazzesco! Un finale intriguing e sofisticato, che ha unito la bollicina alla storia dei grandi vini aromatizzati.
In sintesi, la serata è stata una celebrazione della diversity enologica italiana, dove ogni vino — dalla purezza del Nature alla ricchezza del Chinato-dosed — ha raccontato una storia di terroir e di coraggio.
Sei rimasto a casa? Allora è proprio il caso di prenotare un posto per il prossimo incontro, lunedì 24 novembre: ti aspetto con nuove sorprese, per proseguire insieme questo viaggio nel mondo delle bollicine.

DOC Matera: Cantina Dragone, Brut 2021 “Cento Santi” pds 12, Malvasia Bianca 85%, Greco 15%.
Matera non è solo la maestosità millenaria dei Sassi, patrimonio UNESCO e set cinematografico. Sotto quella roccia calcarea e la luce accecante del Sud, c’è una storia altrettanto affascinante che bolle in superficie: quella del Matera DOC Spumante Metodo Classico.
Se pensavate che le bollicine eleganti fossero solo un affare del Nord Italia, preparatevi a cambiare idea.
Un perlage fine e persistente (le bollicine salgono come un filo dritto, senza fretta) e una complessità che deriva dal lungo affinamento in bottiglia dopo la sboccatura (espulione dei lieviti) di 35 mesi.
Il cuore del vino è un mix di uve autoctone di Basilicata: Greco e Malvasia bianca. Questa scelta non è casuale: i vitigni locali portano nel calice l’identità del territorio.
Perché questo spumante è così fresco e sapido nonostante il caldo del Sud? La risposta è nel terroir di Pietrapenta (zona di Matera) dove opera Cantina Dragone.
I vigneti si trovano su un terreno argilloso, ricco di calcare e con una forte componente minerale. Questo mix è una vera batteria energetica per la vite: l’Argilla nutre e garantisce struttura all’uva e Il Calcare e i minerali aiutano a preservare l’acidità nelle uve (il segreto della freschezza) e donano quella piacevole nota salina che pulisce il palato.
Dimentichiamo i termini da sommelier super tecnici, e concentriamoci sulle vibes di questo vino:
Il Naso: È una carica di primavera. Immaginate un bouquet di fiori bianchi (tiglio, camomilla), agrumi appena sbucciati (cedro) e, dopo l’apertura, un sottofondo di nocciola e pane tostato che arriva dall’affinamento sui lieviti.
Il Palato: È dritto, fresco e armonico. Non è un vino che urla, ma che sussurra eleganza. La sua acidità è perfettamente bilanciata dalla sapidità del terreno. Ti lascia una sensazione di pulizia e una persistenza che lo rende il compagno ideale per un aperitivo importante o per accompagnare un intero pasto a base di pesce.
Se cercate un’alternativa cool ai classici spumanti del Nord, che abbia una storia millenaria alle spalle e un gusto moderno e bilanciato, il 100 Santi è il vostro match.

Colli Piacentini DOC: Luretta, Brut BdB”Principessa 8.26″ s.a., pds 24, Chardonnay 100%
A Piacenza, in particolare nella suggestiva Val Luretta, l’Azienda Agricola Luretta ci regala un vino che non è timido, ma regale: la Principessa8.26 di Luretta. Questo blend ambizioso e raffinato, realizzato unicamente con uve Chardonnay, (90% vendemmia 2021 e 10% vendemmia 2020) è un’esperienza da slow tasting che ti conquista sorso dopo sorso.
Il carattere deciso della Principessa non nasce per caso, ma è plasmato dal terroir unico dei Colli Piacentini. I vigneti poggiano su suoli che sono un relitto di antichi fondali marini risalenti al Pliocene, composti da una matrice argilloso-calcarea estremamente peculiare. L’argilla rossa è la chiave della struttura: è un terreno profondo che garantisce nutrimento e riserve idriche costanti, permettendo all’uva di raggiungere una maturazione complessa. La tonalità calcarea e minerale, invece, bilancia questa ricchezza. È un terreno che dà corpo e potenza, l’ideale per un bianco ambizioso.
Quando la Principessa di Luretta scende nel calice, non si presenta in modo timido: il suo colore è un paglierino intenso e brillante, un segnale visivo di ricchezza.
Avvicinando il bicchiere, l’olfatto viene accolto da un bouquet ampio e super inviting. Dimenticate i profumi sottili: qui siamo di fronte a un’esplosione di frutta matura (pensate alla mela cotogna e alla nespola), che si fonde immediatamente con le note dolci, avvolgenti e confortanti di miele e spezie leggere.
Al sorso, la Principessa non tradisce: è avvolgente, nella sua tessitura. Possiede una struttura che riempie il palato, bilanciata da una freschezza acida ben integrata e dal tocco sapido dei suoi terreni calcarei. L’esperienza gustativa è lunga e persistente: le sensazioni di frutta matura ritornano con forza, lasciando un finale ricco e soddisfacente. La Principessa di Luretta non è un Metodo Classico per un sorso distratto. È uno spumante gourmet, che chiede attenzione e che si abbina splendidamente a risotti cremosi o formaggi stagionati.

TrentoDOC: Man Spumanti, Pas Dosè BdB 2019, pds 54, Chardonnay 100%
MAN Spumanti, è una piccola realtà nata per mano di Mattia e Anita, che produce un TRENTO DOC Nature (Zero Dosage) nella spettacolare, e durissima, Valle di Cembra.
La prima cosa che devi sapere sulla Valle di Cembra è che non è una vigna, ma un’opera d’arte. Non ci si è limitati a piantare delle viti: qui, per rubare piccoli fazzoletti di terra ai fianchi delle montagne, sono stati costruiti 700 chilometri di muri a secco. Sì, hai letto bene: 700 km, tutti fatti a mano.
Questa non è solo una cifra impressionante; è il motivo per cui l’azienda MAN ha chiamato il suo progetto proprio MAN (acronimo di Mattia e Anita, ma anche richiamo alla mano). La coltivazione in questi vigneti, che vanno dai 450 ai 600 metri nel comune di Giovo, richiede 800 ore di lavoro ad ettaro, il doppio della media trentina! È un omaggio a chi, con fatica e maestria, ha reso possibile l’impossibile.
Il segreto della qualità unica del metodo classico di MAN non è solo l’altitudine, ma il clima. Di giorno, il vigneto è accarezzato dall’Ora del Garda, un vento caldo che risale la valle per ben 40 km, garantendo una maturazione ottimale. Di notte, però, arrivano i venti gelidi dalle Dolomiti (Fiemme e Fassa).
Questa escursione termica giorno/notte è oro puro per la base spumante: il caldo matura l’uva, il freddo blocca il calo dell’acidità. Risultato? Si vendemmia uva completamente matura (quindi ricca di struttura e precursori aromatici) ma con un’acidità altissima, essenziale per un grande Metodo Classico.
Uno studio scientifico ha dimostrato che le uve di TRENTO DOC hanno ben 3 volte più precursori aromatici rispetto ad altri Metodo Classico in Italia. E più si sale in quota come in Cembra, più questa carica aumenta!
Quando si versa l’aspetto è immediatamente brillante, con un giallo paglierino luminoso e un perlage finissimo e incessante, testimonianza della lunga sosta sui lieviti.
Al naso, il vino non nasconde la sua origine estrema. È intenso e stratificato. Dimenticate la semplice mela verde: qui l’aromaticità è complessa, grazie a quella maturità “bloccata” dal freddo notturno. Si avvertono note di frutta gialla matura che si fondono con la crosta di pane tostato e i sentori puliti di erbe alpine e mandorla fresca.
Ma è all’assaggio che questo Nature rivela la sua vera natura: è un vino verticale, tagliente e puro. L’impatto è dominato da una straordinaria freschezza acida, che non è aspra, ma energica. Questa acidità è perfettamente bilanciata dalla struttura e impreziosita dalla sapidità minerale che il calcare di Giovo gli regala. Il sorso è lungo, pulito e vibrante, e ti lascia un palato nettamente asciutto, invitandoti subito al bicchiere successivo.
È un Metodo Classico no filter, che esprime senza compromessi l’altitudine e la fatica della Valle di Cembra. Perfetto per chi cerca una bollicina strutturata, minerale e senza fronzoli.

Piemonte: Francone, Valsellera Brut Rosè s.a, pds 33, Nebbiolo 100%
Quando si parla di Langhe, si pensa subito ai grandi rossi: Barolo, Barbaresco. Ma la Cantina Francone, situata nella suggestiva Val Scellera (che dà il nome a questo vino), dimostra che il Piemonte sa fare anche bollicine di altissima classe, con un twist unico.
Il Valsellera Rosé è un Metodo Classico che non si accontenta di essere solo “fresco”. È una vera celebrazione della complessità.
Il segreto di questo Rosé strutturato è lo stesso che rende imbattibili i grandi rossi della zona: il terroir. I vigneti di Francone poggiano su suoli profondamente vocati, le famose Marne di Sant’Agata, ricche di argilla e calcare. L’argilla garantisce al vino struttura e longevità (proprio come un Barbaresco), mentre il calcare aggiunge sapidità e quella vena minerale essenziale per la freschezza del Metodo Classico.
È come dare al vino base le fondamenta di un castello: solide, profonde e cariche di storia.
Il Nebbiolo è un’uva complessa, celebre per i suoi tannini potenti. Come si fa a usarlo in un Metodo Classico senza che risulti aggressivo? Qui entra in gioco l’artigianalità di Francone e un tip che è puro genio enologico.
Una parte del vino di riserva (quella che aggiunge complessità ad ogni annata) affina in fusti usati da 300 litri di rovere. Lo scopo? Ammorbidire i tannini del Nebbiolo. Questo passaggio in legno, breve e controllato, lima gli spigoli dell’uva, permettendole di apportare solo la sua eleganza aromatica e la sua struttura, senza la ruvidezza.
C’è un altro dettaglio cruciale, perfetto per chi ama la finezza: al momento del tirage (quando si aggiungono zuccheri e lieviti per la seconda fermentazione), Francone aggiunge meno zuccheri del solito. Questo non riduce la qualità, ma regala un perlage meno intenso e più cremoso, che accarezza il palato anziché pizzicarlo. Una vibe decisamente più sofisticata.
Il Valsellera Rosé è un vino strutturato che non perde mai l’eleganza. Il suo colore è un rosé tenue e delicato, quasi un rosa cipolla, molto raffinato. Al naso è complesso: si sentono chiaramente i frutti rossi piccoli (lampone, ribes) tipici del Nebbiolo, avvolti da note calde di pan tostato e spezie dolci (eredità dell’affinamento).
Al sorso, è secco, pieno e strutturato. L’acidità è viva e perfettamente bilanciata dalla ricchezza donata dal Nebbiolo e dall’argilla. È un Rosé sapido e profondo, con quel tannino addomesticato che regala una persistenza inaspettata. La bollicina cremosa, come promesso, completa l’esperienza, rendendo il sorso elegante. Questo Rosé chiede cibi strutturati: ideale con carni bianche, tartare di manzo o piatti di pesce importanti. Se cercate un Metodo Classico con la story di una terra da re e l’eleganza della seta, il Valsellera Rosé è la vostra scelta gourmet.

Piemonte: Sargentin, Brut s.a., pds 24, Chardonnay 70%, Pinot nero 30%
Sposiamoci di poco ed andiamo nel territorio delle Langhe, terra di Barolo e grandi rossi. Qui ritroviamo il Metodo Classico Sargentin di Casigliano è una vera fusion tra l’arte della spumantizzazione e l’antica sapienza delle erbe officinali piemontesi.
L’azienda, guidata da Marco Pedrotto (un imprenditore affascinato dalla botanica e dalle filosofie orientali), ha osato l’inosabile: dosare il proprio spumante non con il classico sciroppo di zucchero, ma con un infuso segreto di erbe e spezie, lo stesso usato per creare l’iconico Barolo Chinato. Immaginate: una bollicina che porta con sé le note complesse e affascinanti della china, del rabarbaro e della liquirizia. Questo twist inusuale, dato dal dosaggio con l’infuso, è la firma distintiva del prodotto, capace di sorprese inaspettate.
Ho avuto la possibilità di degustarlo nell’ultima sera di FBM 10 e ti posso assicurar che l’effetto era dirompente: un vino intrigante, energico, in cui la grande acidità doveva lottare per bilanciare la forte personalità del dosaggio. Era un vino estremo, per palati allenati all’insolito.
Quest’anno l’oggetto del desiderio per tutti coloro che amano l’eleganza. L’azienda ha lavorato intensamente, e la versione attuale di Sargentin ha raggiunto un equilibrio perfetto.
Il dosaggio con l’infuso è oggi molto più bilanciato e meno invasivo. Il vino non è più un incontro-scontro tra acidità e complessità balsamica, ma una sinfonia. Il prodotto finale è meno estremo, più armonico e incredibilmente sofisticato. È la dimostrazione che l’innovazione non è solo creare qualcosa di nuovo, ma saperlo perfezionare.
Nel calice, Sargentin mantiene la sua promessa visiva: un intenso paglierino arricchito da lampi dorati e bollicine regolari che salgono in fili ordinati.
Al naso, la magia si compie: le inusuali sensazioni balsamiche di rabarbaro, china e legno di liquirizia non sono più dominanti, ma si integrano perfettamente con una sottile fragranza di frutta rossa matura. Questo blend di profumi è un’esperienza olfattiva unica.
E in bocca? La bollicina fine, unita all’acidità naturale dell’uva, dialoga in modo armonioso con il dosaggio. Non c’è più battaglia, ma una piacevolezza intrigante e avvolgente. Il vino si rivela elegante, sapido e sorprendentemente fresco, con un finale che rievoca perfettamente le spezie percepite al naso. È il risotto che diventa risotto al tartufo—lo stesso corpo, ma con un’aggiunta aromatica che eleva il tutto.
Se cercate una bollicina che non sia solo “brindisi”, ma che abbia una storia botanica da raccontare e un gusto equilibrato da grande vino, il Sargentin è la vostra prossima, sofisticata, discovery.