Champagne Experience 2025: due giorni a Bologna per innamorarsi (ancora di più) delle bollicine

Se pensavate che lo Champagne fosse “sempre più o meno la stessa cosa”, Champagne Experience vi avrebbe fatto cambiare idea in pochi minuti. La manifestazione, giunta alla sua ottava edizione e organizzata da Excellence SIDI, il 5 e 6 ottobre 2025 ha lasciato la sua storica casa modenese per trasferirsi a Bologna, dentro il padiglione 15 di BolognaFiere. E il salto non è stato solo geografico: gli spazi più grandi hanno permesso di ospitare 145 tra Maison blasonate e piccoli vigneron, per un totale di circa 700 etichette da scoprire calice dopo calice.

Il pubblico ha risposto alla grande: oltre 7.000 persone in due giorni, il 20% in più rispetto all’edizione precedente. Ma al di là dei numeri, quello che rende speciale questo evento è un’idea semplice e allo stesso tempo geniale: raccontare lo Champagne non come un’etichetta prestigiosa da stappare nelle occasioni importanti, ma come l’espressione di territori diversissimi tra loro. I banchi d’assaggio, infatti, erano organizzati per zone – Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e le grandi Maison – così da poter davvero “viaggiare” con il bicchiere in mano: si parte dal carattere deciso del Pinot Noir, si passa per la morbidezza del Meunier e si arriva alla verticalità elegante dello Chardonnay, scoprendo quanto il luogo in cui nasce l’uva cambi tutto il resto.

Tra i tanti assaggi possibili, tre bottiglie in particolare raccontano bene quanto lo Champagne sappia essere sorprendentemente vario: una da Ambonnay, una da Les Riceys e una da Cramant. Tre paesi, tre storie, tre modi completamente diversi di intendere le bollicine.

Payelle 2012, il Pinot Noir che non ha fretta. Ambonnay è uno di quei nomi che, tra gli appassionati di Pinot Noir, fanno subito drizzare le orecchie. Siamo in un Grand Cru della Montagne de Reims, terra che regala vini pieni di carattere, capaci di stare benissimo anche a tavola. Il millesimato 2012 di Payelle interpreta questa vocazione alla perfezione: non è uno Champagne che punta a stupire al primo sorso, ma che si apre piano piano, regalando un frutto maturo accompagnato da una freschezza vivace, una consistenza quasi vellutata e una lunghezza che si fa sentire soprattutto sul finale. Le bollicine ci sono, ma restano defilate, lasciando che sia la sostanza del vino a raccontare la storia.

È il compagno ideale per un pranzo importante: pensate a un arrosto di pollame, a un piccione, o a un risotto al tartufo. Più che un semplice “spumante da festa”, è un vino vero e proprio, da bere con calma.

Alexandre Bonnet “Hardy” 2019, agrume e nervo. Cambiando zona, cambia completamente anche il modo di raccontare il Pinot Noir. A Les Riceys, nella parte più a sud della Champagne (la Côte des Bar), Alexandre Bonnet lavora vigne su terreni antichi che, non a caso, ricordano molto da vicino quelli della Borgogna.

Il suo “Hardy” 2019 è un Blanc de Noirs Extra Brut che nasce da un’unica parcella di Pinot Noir, coltivata su un versante esposto a nord – una condizione difficile, che però regala al vino la sua identità: slanciata, luminosa, precisa. Al naso e in bocca si sentono note di agrumi freschi e fiori, con un accenno di pasticceria leggera e una chiusura tesa, quasi sapida, che pulisce il palato. Non è uno Champagne che si “allarga”: va dritto al punto, con energia e ritmo. Il dosaggio molto basso lo rende perfetto in abbinamento a un piatto di scampi, ai gamberi di Mazara del Vallo o a un risotto delicato di crostacei.

Damien Hugot Cramant 2016, quando lo Chardonnay prende tempo. Ultima tappa a Cramant, uno dei villaggi simbolo della Côte des Blancs, patria di uno Chardonnay capace di unire eleganza e profondità, con quella tipica sensazione “gessosa” che allunga il sorso. Il millesimato 2016 firmato Damien Hugot è uno di quei vini che chiedono pazienza: meglio non berlo di fretta, ma lasciarlo respirare nel bicchiere e osservarlo cambiare, minuto dopo minuto.

Le bollicine sono fitte e sottili, il colore già racconta un vino maturo. Al naso arrivano fiori gialli, frutta matura, un tocco tropicale e una sfumatura quasi cremosa. In bocca però non c’è nulla di stanco: il vino ha volume, persistenza, e ritrova sempre un finale fresco e minerale che lo tiene in equilibrio. Ottimo con un rombo al forno, con un risotto al burro affumicato o, per chi ama i grandi abbinamenti classici, con un Parmigiano Reggiano ben stagionato.

Alla fine, quello che resta di questa edizione bolognese è la conferma che Champagne Experience è ormai un appuntamento fisso per chi ama davvero questo mondo, non solo per addetti ai lavori. Il cambio di città ha portato più spazio, più pubblico, più curiosità, ma lo spirito dell’evento non è cambiato: dare a tutti – esperti e semplici curiosi – la possibilità di capire lo Champagne partendo dai suoi produttori e dalle loro differenze, un calice alla volta.

Payelle 2012, Alexandre Bonnet “Hardy” 2019 e Damien Hugot Cramant 2016 sono tre assaggi che, sulla carta, sembrano avere poco in comune, ma che messi insieme raccontano perfettamente questa varietà: la potenza contenuta del Pinot Noir di Ambonnay, la freschezza tagliente della Côte des Bar e la ricchezza minerale dello Chardonnay di Cramant.

Ed è forse questo il vero insegnamento di questa due giorni bolognese: non esiste “lo” Champagne, ne esistono infiniti, uno per ogni vigna, ogni produttore, ogni scelta. Il bello di una manifestazione così è poterli incontrare tutti nello stesso posto; il bello di chi li assaggia è saperli riconoscere e, quando se lo meritano, non dimenticarli.

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