Tra le campate di Piacenza Expo la sensazione si è avvertita subito, netta e senza filtri fin dai primi passi: l’edizione 2025 della Fiera dei Vini ha lasciato decisamente da parte i soliti formalismi da salone patinato per trasformarsi in un confronto schietto, reale e necessario sullo stato di salute del vitigno italiano. Tra gli oltre 280 vignaioli giunti da più di 50 province, il messaggio emerso con forza fin dalla masterclass d’apertura condotta da Luigi Fenoglio (Tenuta di Forci) è stato unanime: la terra va protetta e presidiata, senza mezze misure, soprattutto oggi che la viticoltura di collina rischia il progressivo abbandono e le sfide climatiche picchiano duro sul lavoro quotidiano in vigna. Un’atmosfera elettrica e viva, mossa dalla presenza di winelovers preparati ma sostenuta anche dall’entusiasmo contagioso degli studenti dell’Istituto Alberghiero “Raineri Marcora”, impeccabili nei gesti del servizio e linfa fondamentale per la narrazione di domani.
Da inguaribile cacciatore di perlage d’autore e di espressioni spumantistiche trasparenti, mi sono messo alla ricerca di quei calici capaci di raccontare questa idea di resistenza agricola con identità, nitidezza e tensione stilistica. Tra le varie tappe esplorate tra i banchi d’assaggio, l’Oltrepò Pavese ha piazzato due veri colpi d’autore, capaci di fotografare con straordinaria maestria le anime opposte e complementari del Pinot Nero lavorato a Metodo Classico.

Passeggiando tra gli stand, mi sono imbattuto nello stand di Alessio Brandolini proveniente da San Damiano al Colle. Ho assaggiato diverse sue interpretazioni del territorio, ma la mia scelta cade sul pas dosé Luogo d’Agosto. Si tratta di un Pinot Nero in purezza affinato per oltre 36 mesi sui lieviti, pensato per chi nel calice cerca la verità della materia prima senza mediazioni. Appena si avvicina il naso al bicchiere si viene investiti da un timbro olfattivo teso e tagliente: note di pompelmo rosa, scorza di cedro, erba tagliata e una traccia gessosa nettissima, subito bilanciate da quel soffio fragrante di crosta di pane che racconta il tempo trascorso in cantina. In bocca non c’è trucco e non c’è inganno: la scelta del dosaggio zero regala un sorso verticale, affilato e di grande dinamismo, sorretto da una bollicina finissima che accarezza il palato e lascia dietro di sé una scia sapida e marina di straordinaria persistenza. Un calice che non cerca facili ammiccamenti, ma che conquista per autenticità.

Poco più in là, spinto dalla curiosità verso le declinazioni in rosa del territorio, mi sono fermato al banco dell’azienda agricola Piero Torti di Montecalvo Versiggia, una realtà biologica che lavora con encomiabile rispetto per la vite. Il loro Cruasè, unicamente da uve Pinot Nero e con ben tre anni di sosta sui lieviti, sposta il registro su toni di raffinata e misurata eleganza. Nel calice sfoggia un affascinante colore rosa antico dalle sfumature ramate, mentre al naso svela un bouquet complesso dove il piccolo frutto rosso — ribes, lampone e melagrana — si intreccia a ricordi di cipria, pepe rosa e una lieve nota balsamica. Al palato la bollicina ha un impatto avvolgente e cremoso: c’è struttura, c’è materia, ma il sorso resta incredibilmente scattante e godibile grazie a una spina acida agrumata che allunga la beva e invita immediatamente al calice successivo.
Due interpreti diversi per stile e personalità, ma accomunati dalla medesima visione: fare vino con un’idea chiara in testa, rigore tecnico e le mani ben piantate nella terra. Piacenza Expo si conferma così non una semplice piattaforma commerciale, ma un laboratorio vivo dove ogni calice stappato diventa il pretesto perfetto per riflettere sul futuro del paesaggio e sulla passione pura di chi lo vive.