Franciacorta: verso quale futuro?

Come consuetudine, a metà settembre, si è tenuto il Festival Franciacorta dove appassionati bubbles lover sono potuti entrare in contatto con le singole cantine bresciane che hanno partecipato all’iniziativa. Considerando che sono trascorse cinquanta vendemmie da quel lontano 1967 che vide per la prima volta la scritte DOC sulle bottiglie prodotte in Franciacorta, l’evento, in loco, poteva essere maggiormente rimarcato. Il consorzio ha deciso, già dall’anno scorso, ma quest’anno per l’occorrenza sarebbe potuto tornare sui suoi passi, di non concedere i pass stampa per l’accesso alla manifestazione. Plauso alle singole aziende che hanno sopperito a questa mancanza offrendo ospitalità ai blogger che l’hanno chiesta, ma leggera tiratina d’orecchie per i pochi riferimenti al mezzo secolo di “unione di passioni”.

Ho avuto la possibilità di visitare diverse cantine nella due giorni del Festival, di cui vi darò due pillole a fine articolo, e sono rimasto favorevolmente impressionato dalla presenza di prodotti con dosaggi minimi o addirittura assenti nelle proposte delle varie aziende. Da anni sostengo che sono i prodotti più rappresentativi di un territorio e degli operatori che riescono a trasportarlo nel bicchiere, anche se più difficili da proporre. A dire il vero sono anche uno dei fautori della spumantizzazione dei vitigni autoctoni e quanto degustato nelle quattro edizioni di Figli di una bollicina minore ne è un’esempio tangibile.

Oggi mi fa piacere sentire quanto detto da Karin O’ Keefe, editore italiano di Wine Enthusiast, nel corso del dibattito, tenutosi alla chiusura del Festival, sul futuro di Franciacorta. Riferendosi al mercato USA ha detto “Vi invito quindi a investire per far crescere visibilità e conoscenza del Franciacorta negli Stati Uniti, differenziandosi dallo Champagne, per esempio lavorando di più sui vini a dosaggio zero o sperimentando I vitigni autoctoni, come l’Erbamat.” Non conosco i gusti dei bubbles lover americani, ma conosco abbastanza quelli nostrani e devo osservare che anche il gusto del consumatore medio italiano si è evoluto e la richiesta di tipologie più verticali ed espressive del territorio è aumentata.

Il Consorzio si  era già mosso parzialmente in questa direzione.  Il 1 agosto è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Produzione approvato dal Ministero. Con la sesta modifica, si è giunti finalmente all’inserimento di un nuovo vitigno nella base ampelografica, oltre allo Chardonnay, Pinot bianco e Pinot nero.

Si tratta dell’Erbamat, un vecchio vitigno a bacca bianca originario della provincia di Brescia, da molto tempo dimenticato, ma di cui si ha notizia fin dal ‘500. Uva a maturazione tardiva, dotata di spiccata acidità e dai profumi delicati, l’Erbamat entra al momento nella base ampelografica del Franciacorta nella misura massima del 10%, per tutte le tipologie ad eccezione del Satèn. Si procederà così a testare le sue potenzialità in modo graduale e valutarne eventuali incrementi in futuro. Le modifiche al disciplinare, aprono la strada a nuove possibilità di differenziazione e di unicità di prodotto.

Alcuni di voi si potrebbero chiedere, ma perché inserire un’uva pressoché sconosciuta al posto di valorizzare il Pinot Bianco, già in loco che dona anch’esso acidità alla cuvèe. La risposta è quella di legare un prodotto ad un territorio: uva autoctona di una zona di produzione corrisponde ad esclusività di prodotto ed a fidelizzazione del cliente.

Ma allora mi viene da domandarmi ed esternare questo pensiero sapendo di andare a  sollevare un vespaio… ma perché il Consorzio oltre che a valorizzare le uve del territorio non valorizza anche il metodo di produzione? Un procedimento unico per ottenere prodotti unici…non suona male. A mia memoria ne esiste già uno messo a disposizione di tutti gli associati, segno che si può trovare un metodo alternativo. Voi cosa ne pensate?

Ah ma le mie pillole … visto che avete letto fino qui eccole elencate in ordine di visita.

1701: accoglienza familiare. Satèn 2013, compatto e coerente.

Barone Pizzini: accoglienza Vip. Satèn 2011, un graffio sensuale con molta vita davanti.

Castello di Gussago: accoglienza tecnica. Pas dosè 2013, senza fronzoli e gusto verticale.

Cooperativa Vitivinicola: memoria storica del territorio. Satèn s.a., piacevole e di buona persistenza.

Le Marchesine: il rinnovo delle tradizioni familiari. Secolo Novo Dosaggio Zero, gusto austero e di nerbo.

Contadi Castaldi: accoglienza giovane e dinamica. Zero 2011, dinamico con struttura.

Ricci Curbastro: accoglienza anonima. Gualberto Dosaggio zero, lungo nel gusto.

Cola Battista: vin du garage. Dosaggio zero 2012, gusto fresco e setoso.

Ferghettina: accoglienza fashion. Brut Milledì 2013, gusto complesso ed elegante.

Ronco Calino: accoglienza elegante. Brut Nature 2011, gusto tagliente e sapido.

La Fioca: accoglienza informale. Dosaggio Zero 2010, gusto fresco ed avvolgente.

Castello Bonomi: accoglienza caotica. Dosaggio Zero millesimato gusto equilibrato e piacevole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *